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30 agosto 2007

Lavavetri

  A Magda

Da giorni la lettera dal corso di giornalismo per corrispondenza rimaneva sul tavolo della cucina tra le noci del centrotavola, occhieggiando minacciosa. Doveva improrogabilmente trovare un argomento per un reportage.
Catania. Una sera di febbraio neanche troppo fredda, camminava rasente al muro invaso dai graffiti del carcere di Piazza Lanza a pochi isolati da casa sua. Accennò un passo di danza, sulle note di un tango che filtrava dalle cuffie.

Rosso.

Un lavavetri dall’altra parte della strada la osservava. Quando gli passò accanto le sbadigliò in faccia due, forse tre, parole in arabo. Non volle lasciar stare sotto il peso della inadeguatezza e del tedio di una giornata passata nell’archivio della biblioteca. E poi era carino.
-“Be’, che vuol dire?”
Il ragazzo la guardava con gli occhi stropicciati dal sonno e dalla stanchezza. Ti ho chiesto di regalarmi un sorriso”- rispose serio.
Diventò del colore del semaforo. Messa K.O da un marocchino peso piuma che non aveva idea di citare Drupi.
Unico segnale di vita di lei: imbarazzante risatina isterica e “Ti va un caffè?”
Corse a cercare nella cartella “Finta spontaneità” del suo cervello per tirarne fuori un atteggiamento adatto alla circostanza. Provò a cliccare su “nonchalance”: file not found.

Cazzo…

- “Mi chiamo Abdul e in genere non prendo caffè dalle sconosciute, solo soldi”.
Seduti al bancone del bar, parlarono un po’. Lei non smetteva di fissare le sue mani e i suoi occhi arrossati.
- “Senti, che ne dici se stasera passiamo del tempo insieme? Mi piacerebbe farti delle domande…che ne so, come ti trovi a Catania, come è organizzata qui la vostra comunità, se ti manca l’Africa…”
-“Che, sei una giornalista?”
-“Aspirante”.

                                                                              ***

Passeggiavano verso il mare.
-“Ti piace il Kebab? Non mangio da ieri.”
-“Per il Ramadan, vero?”
- "...".
-“Una giornalista deve sapere con chi ha a che fare!”
Non aveva un grande feeling con la carne di montone, ma il posto lo conosceva. Lo spiedo girava lento su se stesso e il neon sferzava le cose e i volti con luce impietosa.
-“Non dovevi chiamare i tuoi?” Svegliò sua madre, che come ogni sera sonnecchiava davanti alla TV, vicino al telefono: “Ma, non mi aspettare, c’è una festa all’Esperia. Ciao.”
La figlia del proprietario, una ragazzina grassa con le labbra rosso fuoco, masticava un chewingum, facendo enormi bolle rosa e li osservava. Abdul sospirò, con l’aria divertita: “Quando vivevo a Milano avevo una morosa che si chiamava Silvia, ogni volta che andavamo da qualche parte c’era sempre qualcuno che faceva una faccia strana tipo ma-che-ci-fa-assieme-a-‘sto-marocchino? Eppure sono proprio un gran figo!” Le piaceva quell’impasto che era la sua lingua; era come una valigia con gli adesivi dei posti dov’era stato.
-
“Mi porti alla festa?”, le chiese guardandola fisso negli occhi e sistemandole dietro l’orecchio un ciuffo di capelli scivolatole sul viso.
Era un gran figo e ballava da Dio. Le ragazze alternative del centro sociale erano in delirio per lui. Una le si avvicinò, mentre cercava di aprirsi una birra e sospirò:
-”Ma dove lo hai conosciuto?”
- “L’ho rimorchiato all’angolo tra via Etnea e via Monserrato”.
-“Ah, ma non ha niente?” e fece il gesto di rullare una canna .
-“No”.
Si allontanò, delusa. Il marocchino di Eco non le interessava più. Abdul la venne a cercare.
-“Devo andare”.
-“Anche io”.

***

Stava sorgendo il sole. Camminarono a lungo, tra loro nessun silenzio da riempire. A Piazza Cutelli lui si fermò a parlare con alcuni suoi connazionali. Lei era a disagio. Quegli uomini la guardavano con sospetto; tipo “che-ci-fa-questa-con Abdul?” Uno di loro gli porse un piccolo tappeto arrotolato. Si avviavano verso il centro di preghiera.
-“Vado a ringraziare Allah”.
-“Be’, allora ciao”. Si abbracciarono. “Ti verrò a trovare al semaforo, qualche volta.”
Si voltò e fece qualche passo. Poi li seguì, il portone del garage trasformato in moschea era aperto. Si piantò sul marciapiede di fronte. Continuava a fissare quegli uomini inginocchiati, che alzavano e abbassavano la fronte con ritmo diseguale, rivolgendosi alla Mecca, di là dagli Archi della marina, oltre il mare.
La città si era svegliata; la signora bionda del girarrosto tirò su la saracinesca.
Accese l’ultima sigaretta del pacchetto, avviandosi verso la fermata dell’autobus.
Per il corso di giornalismo per corrispondenza scrisse un pezzo sulla festa di Sant’Agata. La descrisse con i suoi colori: il bianco dei sacchi dei cittadini e il fuoco dei ceri pendenti dalle spalle devote.
Era bella la festa, unica per certi aspetti, tuttavia si trattava di una festa “razzista” e “obsoleta” perché non teneva conto della “diversità culturale e religiosa” delle minoranze presenti in città.
Il professore le rimandò indietro il pezzo dopo un paio di giorni con un grosso punto interrogativo accanto alla sua tirata anticattolica. Rise vestendosi in fretta. Le era venuta una gran voglia di kebab.

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permalink | inviato da ecodisirene il 30/8/2007 alle 20:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa


29 agosto 2007

Chi è Diego Febbraro?

Gustosissimo dossier di SherpaTv su cinema e finanziamenti statali, ripreso oggi da La Stampa.

Allora vedi che il buon giornalismo esiste ancora?

L'interrogativo del titolo si riferisce allo sfortunato regista - appassionato di Carmina burana e occulto, stando al suo sito personale - di ben due pellicole finanziate dallo Stato con più di 5 milioni di euro e che non sono mai approdati nelle sale.



Che fine hanno fatti i soldi? Inghiottiti dalla Porta Magica?


26 agosto 2007

Le "chiuse" a effetto col culo degli altri

"E gli amici di Gregorio (ex fidanzato di una delle appariscenti gemelle, cugine della vittima, ndr) non hanno mai trovato parole troppo gentili per loro. Figuriamoci ora, dopo il falso ricordo fotografico di Chiara. Tutti a dirsi «sono fuori di testa», «sbarellate». Tutti a pensare «meno male che Gregorio ha chiuso». Come se si fosse salvato da lei".

"Nel frattempo a Garlasco, come sempre nelle storie di sangue, il «turismo del macabro » è arrivato davanti alla casa di Chiara. La gente viene a puntare il dito, a vedere com’è la villa dell’orrore, a commentare «povera ragazza, chissà se lo prenderanno mai». Si fermano un minuto, qualcuno si fa il segno della croce. Anche la fede vuole la sua parte".

Due  articoli a caso sull'omicidio di Chiara Poggi.
Alla fine è arrivato il delitto dell'estate. Tardivo come il tormentone musicale, quest'anno. Parossistica corsa al sensazionale, gusto macabro e autocompiaciuto a riempire le pagine prima che l'ultimo vacanziero abbandoni la spiaggia. Ma non è Cluedo, non è Simenon, né Scerbanenco. Io voglio - cara collega - la cronaca, le novità sulle indagini, non i tuoi fottuti giudizi morali o spaccati sociologici sul profondo nord ai tempi di azouz&corona.


6 agosto 2007

Abbiamo tante cose da dirci (pensieri intimi al limite)


Poche cose so con assoluta certezza. Una me la porto dentro sin da quando,
bambina, sgattaiolavo da casa al tramonto, con i baffi di nutella e i capelli
ancora umidi dall’ultimo bagno.

Stavo seduta su quello scoglio deserto per ore (sperando che la cena non arrivasse troppo presto). Ho imparato allora, sotto lo sguardo dell’Etna a ponente, che il mare è il migliore degli amici perché blatera blatera, ma è l’unico che non si perde neanche un tuo pensiero: te li succhia via con la risacca e se li porta al largo, tra la chiglia di una petroliera e l’urlo svogliato di un gabbiano*. Ed è generoso, il mare. Perché, quando te li restituisce, i tuoi pensieri sono sempre migliori.

Fate tutto quello che vi piace. Se volete, lasciate un messaggio. Vi richiamerò.


Giovanni Allevi, Panic

*Enrico Letta la pagherà per aver usato impunemente quell’immagine nel suo video. Coi gabbiani non si scherza e non s’acchiappano i voti.


3 agosto 2007

Io mi tuffo a pesce... e tu?

 Chi non si tuffa a pesce non sa che si perde.




ps Qui si è tolleranti e libertari. Ma il tuffo a chiodo con la mano a pinza sul naso, vi prego, no. Buono per le fighette.  

Non voglio che Clara, Questo lasciatelo dire.


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