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6 febbraio 2007

Avrei voluto

 Avrei voluto parlarvi di due treni bianchi di uomini e donne (Cittadini semu tutti devoti tutti? Cettu cettu): vanno per due giorni e due notti per le strade della città con una corda grossa e dura in mano, come una gomena che tiri col mare forte per non affondare.


Avrei voluto
farvi sentire il mio sguardo di emigrante - lucido e assolutorio - che si posa sul carnevale cittadino e soprattutto su di lei: Agata. Bellissima, buona e candida e innocente nei suoi anni sempreverdi.


Avrei voluto
parlarvi di Catania, metafora storica e cosmica. E eccezione superba. Metropoli sottotono, provinciale e dissonante, che spii con ammirazione, come una belva feroce e famelica. Come un peccato dal quale ti tieni lontano.
Catania che cambia e rimane sempre uguale: te la ritrovi identica nelle descrizioni di cinquanta e più anni fa: in Ercole Patti e il suo bellissimo novembre, in Brancati, nei Viceré di de Roberto...


Avrei voluto
descrivervi di come l’annuncio di una palingenesi la sovrasti sotto l’aspetto di un vulcano. A’ muntagna, veramente. Divinità ancestrale, crudele e insieme Madre che  assiste all’istinto di vita dei suoi figli.


Avrei voluto
raccontarvi del Liotru, l’elefante simbolo della città che alcuni di voi avranno visto (in diretta Tv) di fronte al duomo: l’unico elemento mascolino che si oppone allo strapotere matriarcale delle due Signore.
Il Liotru è la forza bruta, l’andreia che difende contro i nemici (e ogni  cittadino sa dove toccarlo in vista di una “battaglia”). Ma è anche il simbolo sovrannaturale, l’irrisione, la trasfigurazione del mago Eliodoro, punito dai potenti per essersi fatto beffe di loro.

 

(Ma come si fa a costruire un’intera città sotto un vulcano?, chiede l’amico continentale.

E tu gli rispondi “Hai ragione”, ma intanto sai che i fiumi di fuoco, che scendono silenziosamente verso il mare che aspetta, non atterriscono come s’immaginerebbe.
Ogni volta – ogni benedetta o maledetta volta - che torni e c’è l’eruzione,  li vedi riflessi nello sguardo paterno di un vecchio che, di nascosto, sorride).

 

Avrei voluto parlarvi del sapore che ha l’attesa, la notte del 5 febbraio. Quando, sulle scalinate di una chiesa barocca, stai intabarrato, guardando verso via di San Giuliano dove il fercolo (con sopra il busto e le reliquie - rigorosamente non certificate - della Santuzza) viene trainato di corsa dai devoti: saio bianco e zuccotto nero. Anche questo vi hanno detto le emanueleaudisio e gli alfiosciacca, non è vero?

Sapete? Al catanese non piace aspettare. Aspettare s’addice al debole, a chi non sa farsi rispettare. Vedere quelle facce “marca liotru” che riempiono il tempo coi neonati in collo che dormono avvolti negli scialli è uno spettacolo nello spettacolo.

Il fatto è che aspettano tutti che la ragazzina morta prima di godersi gli anni più belli si incontri con chi volontariamente si è privato dei fiori della vita.

Si dice che se non ci sono incidenti acchianata i‘ San Giulianu è un anno fortunato.

Spesso ci sono morti e feriti perché quel bestione pesa quintali e se qualcuno molla la presa in salita quelli che stanno subito dietro la “vara” cadono e rimangono schiacciati.  

 

Avrei voluto raccontarvi che se uno capita nell’anno giusto può vedere Aurora che - come se vedesse cosa sta succedendo lì, sotto l’arco di San Benedetto, Catania, Sicilia, Europa, pianeta Terra - si leva, dipingendo di rosa con le dita i volti resi lividi dal freddo, dal sonno, dall’alcol.

Brusìo intorno. I bambini e i neofiti chiedono: “E ora che succede”?
 

Avrei voluto dirvi: “Chiudete gli occhi e ascoltate”. Ecco. Qualcuno (uno, dieci, trenta?), senza particolari referenze o cariche, si prende la briga di chiamarlo a gran voce: “Silenzio- Silenzio”.

E Silenzio si fa largo tra migliaia di persone, senza nessuna fatica: come la lama del coltello nel burro.

Le monache escono sul piccolissimo sagrato della chiesa di San Benedetto e cantano.

Intonano, all’unisono, una preghiera in latino a Agata, scritta da un tale misterioso Tarallo.


Avrei voluto
dirvi di come il capo-vara scende dal fercolo e si avvia verso la porta della chiesa, dove la madre superiora lo attende con un mazzolino di gigli bianchi in mano: un inchino, un cenno e la madre richiude la porta dietro di sé con una chiave grossa di ottone, di quelle che non ne fanno più.

 

Seppellite dentro, loro.
Fuori rimane la città, i cittadini tutti devoti tutti che riportano dentro al duomo la santa che ne uscirà soltanto ad agosto. E poi più niente fino all’anno nuovo.

 

Oggi, fuori, ci sono le macerie di una città distrutta, ancora una volta. Senza bisogno di bombe, eruzioni dell’Etna o terremoti.


Eccola, davanti a voi: 
Catania. 
La mia città che, ancora, proverà a riacquistare la sua verginità.

 

E non ci riuscirà.


Perché – come disse quel tale – Catania (che, pure, non puoi fare a meno di amare) è solo una puttana che si concede, e si concederà sempre, al migliore offerente.




permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 20:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa

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